Questo non è un post sul Natale.

Tramonto ad Ayutthaya

Ho sempre detto che sono una foodblogger poco seria. In questo periodo, per esempio, uno che ha un blog sul cibo dovrebbe parlare di biscotti, regali homemade, cene luculliane e al massimo decorazioni per l’albero. 

Io tutte queste cose le faccio, giuro (soprattutto le mangio - anche le decorazioni per l’albero, se commestibili). Ma questo non è un post sul Natale. 

Questo è un post sul viaggio, e quindi se siete di quelli che odiano le diapositive delle vacanze forse dovreste astenervi. (Se invece le amate in modo perverso, eccole qui, tutte e 350). Ma è anche un post sul cibo. Perché un viaggio in Thailandia non può prescindere da quello che si mangia. 

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Zucca + Tajine = me contenta

Chi mi conosce sa che ci sono pochi ortaggi al mondo che amo come la zucca. Per me è quasi una questione di amore, l’adoro in ogni sua versione. Già tempo fa le avevo dedicato un post con diverse ricette che avevo testato.

Questa volta, sul finire della stagione, ho deciso di cucinarla in una delle mie pentole-feticcio, questa per la precisione: trovo che la cottura in tajine si presti particolarmente per valorizzare le verdure, che solitamente non sono considerate come elemento di punta delle preparazioni in umido, a favore invece delle carni bianche e rosse.

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Tabulè lo scrivo come mi pare. Tiè.


Ma come cavolo si scrive? Tabuleh, taboulé, tabbule, continuo a trovare traslitterazioni diverse l’una dall’altra. Di certezze ce ne sono poche: che sia un piatto della cucina mediorientale (qualcuno sostiene di origine libanese), e che se ne trovino infinite varianti. Probabilmente, un po’ come il minestrone, una ricetta per ogni famiglia. Che andrebbe fatto con il bulgur, forse, ma ne ho assaggiate ottime varianti con cous cous o addirittura con la quinoa. Io ne avevo accennato qui, e lo propongo nella mia serie di piatti senza cottura in cui mi sto sbizzarrendo grazie all’afa milanese. Si presa a innumerevoli varianti, a seconda del gusto e di quello che si ha in casa. Ecco la mia ultima versione.

per una vagonata circa (che si presta per aperitivi o cene estive in compagnia)

300g di bulgur | 2 cetrioli | 500g di pomodorini | 2 cipollotti | 1 scatoletta di ceci | 1 mazzo grande di prezzemolo | 1 mazzetto di basilico | 1 limone | 5 cucchiai di olio evo | sale e pepe

Sciacquare il bulgur in acqua fredda. Coprire poi con acqua tiepida fino al doppio del volume. Lasciar rinvenire per 2 ore.

Nel frattempo: eliminare la buccia e i semi del cetriolo, tagliarlo a dadini. Tagliare in 4 spicchi i pomodorini. Tagliare a rondelle i cipollotti. Scolare e sciacquare i ceci. Tritare al coltello il prezzemolo e sforbiciare il basilico.

Preparare un emulsione con sale, limone, olio. Quando il bulgur è pronto, scolarlo per bene. Aggiungere le verdure e le erbe e condire con l’emulsione. Aggiustare di pepe.
Il mio tabulè è schiscetta-proof!

Voglia di bacchette



Ogni tanto capita di aver voglia di bacchette… e neanche a farlo apposta proprio il giorno in cui ho fatto questo piatto ci si sono messe anche Sigrid e Babs con le loro zuppette giappo-fusion, così che ho pensato che dovesse essere qualcosa nell’aria.
Ad ogni modo, un post veloce per una ricetta altrettanto veloce (e confesso, buona [forse di più?] anche il giorno dopo riscaldata al microonde!), che qui tempus fugit, e io pure fuggo a fare la valigia e a prendere un treno. Precisamente per asparagolandia :)

La ricetta è completamente inventata ad assecondare le mie voglie del momento (leggi: soia e sesamo). La salsina è ispirata a questa qui del cavoletto, ed è squisita (io sono andata ad occhio, non ho rispettato le proporzioni indicate).
Dicevamo: spaghetti di soia finto giap.
1 spicchio d’aglio
1 pezzetto di radice di zenzero fresca
1 scalogno (che non avevo il cipollotto, ma sarebbe meglio usare quest’ultimo)
1 confezione di gamberetti surgelati
1 confezione di spaghetti di soia
sesamo nero

per il condimento:
salsa di soia
zucchero di canna
condimento per sushi
tahine

Nel wok far saltare in una manciata di cucchiai di olio di sesamo lo spicchio d’aglio tritato finemente, lo scalogno affettato sottile e la radice di zenzero grattugiata. Aggiungere i gamberetti e lasciare che appassiscano.
Nel mentre, cuocere gli spaghetti di soia come indicato sulla confezione. I miei andavano tuffati in acqua bollente, spento il fuoco e lasciati riposare coperti per 4 minuti, poi scolati sotto l’acqua fredda.
Saltare gli spaghetti nel wok, condire con la salsina preparata emulsionando un bicchiere d’acqua, un paio di cucchiai di zucchero di canna, 3-4 cucchiai di salsa di soia, 3 cucchiai di aceto di riso (condimento per sushi) e 2 cucchiai di tahine. Io l’ho fatta scaldare un po’ sul fuoco. Ma se seguite il link al blog del cavoletto vedete la sua versione che è un po’ più precisa!
Saltare qualche minuto, versare nelle ciotole e condire con un po’ di sesamo nero tostato.
Buon divertimento con le bacchette.

Dove eravamo rimasti? Ah sì, le japonaiserie


Dicevamo. Riso per il sushi, sashimi, maki e tutte quelle cose che sembrano difficilissime (almeno, a me sembravano così) e che invece si possono rivelare un piacevolissimo e rilassante passatempo per un sabato pomeriggio in cucina.

Ecco come abbiamo preparato la nostra cenetta di sushi.

Innanzitutto abbiamo preparato il riso: è importante farlo per primo per farlo raffreddare.
500 g di riso per sushi (ormai lo fa anche il Riso Gallo, se non lo trovate potete usare il carnaroli)
600 g di acqua
100 g di aceto di riso miscelato con 1 cucchiaio e mezzo di zucchero (oppure usare il condimento per sushi già pronto)
1 cucchiaino di sale

Sciacquare il riso per togliere l’amido: in una ciotola ampia porre il riso e sciacquarlo sotto l’acqua corrente del rubinetto, rigirandolo con una mano a conchetta facendo un movimento circolare. Il riso è pronto quando l’acqua risulta trasparente.
Lasciarlo per un’ora in uno scolapasta.
Mettere il riso e l’acqua in una pentola, far cuocere 10 minuti scoperto, finchè tutta l’acqua non sia asciugata. Una volta cotto, spegnere e lasciare la pentola coperta altri 10 minuti.
Miscelare l’aceto, lo zucchero e il sale.
Versare il riso in un recipiente capiente (dovrebbe essere in legno… e chi ce l’ha?), e smuoverlo delicatamente con un cucchiaio di legno piatto, facendo attenzione che non si rompa, spargendo il condimento allo stesso tempo affinchè possa essere assorbito dal riso lentamente.
Far raffreddare il riso sventolando energicamente (in teoria con un ventaglio… in pratica con un tagliere leggero!). Questo serve a raffreddare il riso e a far evaporare l’aceto.
Una volta raffreddato, spostarlo tutto da una parte e coprirlo con un panno umido, per evitare che si asciughi troppo.

Dopo il riso ci siamo dedicati al pesce.
Abbiamo innanzitutto tagliato il sashimi, e le fettine che ci sono poi servite per i nighiri.
Come tagliare il pesce?
Innanzitutto dovrete ricavare dal vostro filetto (mi raccomando dite al pescivendolo che vi serve per il sushi!) un parallelepipedo con una sezione di circa 3 dita per 2. Il resto lo abbiamo tagliato a strisce regolari di sezione quadrata e lo abbiamo poi utilizzato per i maki.

Noi abbiamo usato 500 grammi di salmone e 300 di tonno (per due era tantissimo!).
Prendere il filetto di tonno o salmone tenendolo con la mano sinistra e appoggiando la lama del coltello a 45 gradi, inciderlo profondamente per ricavare delle fettine oblique di mezzo centimetro di spessore.
Ecco che il vostro sashimi è pronto :)

Per i nighiri, prendere il riso preparato, prelevare una piccola quantità di riso con la mano destra senza schiacciarlo, modellarlo fino a ottenere una specie di polpetta oblunga di 4-5 cm di lunghezza.
Prendere una fettina di pesce e premere il riso sul pesce senza schiacciarlo, adattare poi il pesce al riso e perfezionare la forma del nighiri, quindi adagiare il nighiri sul piatto.


E ora veniamo ai grandi classici maki. Anche in questo caso, sorprendentemente più facile del previsto.
Servono:
Il pesce avanzato prima, tagliato a strisce di sezione quadrata
1/2 avocado, tagliato anch’esso a strisce quadrate
1/2 cetriolo, pelato e privato dei semi, tagliato allo stesso modo

Munirsi di apposita stuoietta in bambù (io l’ho presa al Kathay, ma l’ho vista anche all’Esselunga). Ricoprirla di pellicola da cucina.
Appoggiare un foglio di alga nori, quindi adagiare sull’alga uno strato di riso non troppo spesso, fino a 2/3 dal bordo superiore dell’alga.
Appoggiare a metà dell’area del riso una striscia di pesce e una striscia di avocado o cetriolo.
Cominciare ad arrotolare con l’ausilio della stuoietta, stringendo bene ad ogni passaggio.
Chiudere il rotolo e tagliare l’alga in eccesso.
Tagliare poi il rotolo a pezzettini di circa 2 dita di spessore, usando un coltello ben affilato.

Fine!
Tempo totale: 3 ore.
Questo è stato il nostro primo esperimento, non vedo l’ora di replicare con altri tipi di pesce, e altri possibili filling per i nostri maki :P

L’esperienza Kathay(rtica)

E finalmente venne il giorno in cui trovai il tempo (anzi veramente me lo presi con la forza) per andare nel mitico Kathay. Dopo più di un anno che vivo a Milano, be’, non c’è male direi.

Ne avevo sentito parlare e letto su tutti i blog delle/dei milanesi, e data la mia insana passione per tutti i negozi di cibo in generale, e di cibi “insoliti” in particolare, morivo dalla voglia di farmi un giro. Così un giorno c’era il sole, non avevo voglia di lavorare e mi son detta, sai che c’è? Me ne vado a fare un po’ di foodshopping.
E fin qui. Solo che io, ingenua, ancora poco abituata alla grandeur milanese, mi aspettavo un tipico negozietto di alimentari etnici, sì ok un po’ più fornito però…. e invece, visibilio, mi sembrava di essere nella grotta di Alì Babà. Varietà e quantità infinita di ogni cosa, roba mai vista, e non solo “esotica”, ma persino il golden syrup che ho mandato una mia amica a Londra a comprare, e poi porcellane, cosini e cosine, persino quegli stuzzicadenti per i fingerfood che avevo visto mille volte su svariati blog e non riuscivo a trovare (ad es. qui). Insomma, una via di mezzo tra la sindrome di Stendhal e la Kinsella, con la differenza che io so di avere pochi soldi, e perciò ho dovuto trattermi. Tuttavia sono riuscita ad uscire lo stesso con una borsa pesantissima che come al solito ho dovuto trascinare per mezza città.
Ecco che cosa ho comprato.

1. Acqua di fiori d’arancio
2. Tagliatelle di riso
3. Garam masala (ebbene sì, sono riuscita a trovare una spezia che mi mancasse!)
4. Per la serie, tutto per il sushi: il condimento per il riso (vedi al punto 6)
5. Latte di cocco. Sì lo so, banale
6. Riso per il sushi. Sono rimasta letteralmente sconvolta dalla quantità di tipi di riso presenti in negozio. Per fortuna la cara signora mi ha aiutato, altrimenti sarei ancora lì a scegliere cercando di leggere in giapponese
7. Udon!
8. Lenticchie rosse (quelle per il dahl)

Piano piano proverò tutte queste cosine, eventuali consigli su ricette carine sono più che ben accetti!
p.s. onde evitare fastidiosi fraintendimenti: scopo di questo post non è in alcun modo fare pubblicità, (purtroppo) il negozio in questione non mi paga, nè in denaro nè in alimenti nè in bacchette di legno.

Il Dahl (non è solo uno scrittore)


Non è un post su Roald Dahl, anche se lui con la cucina, in particolare i dolci, qualche relazione ce l’ha.
E’ che da un po’ di tempo volevo fare il dahl, un piatto indiano che avevo provato da un’amica. Poi lei è partita per un altro continente, ha fatto un bambino, e tra una cosa e l’altra non mi ha più dato la ricetta. Complice una gran voglia di colore in cucina e una visita da Kathay a Milano (a cui dovrò dedicare un intero post), alla fine mi sono decisa e l’ho fatto.
La ricetta l’ho rielaborata dal libro che mi hanno regalato a Natale, ed ecco qui la mia versione. Pare infatti che non ci sia LA ricetta, ma un’infinità di ricette quante sono le infinità di culture e di etnie dell’India.

Ecco il dahl, a modo mio
250 g di lenticchie rosse
1 stecca di cannella
4 capsule di cardamomo
1/2 cucchiaino di cumino
1/2 cucchiaino di curcuma
1 barattolo di pelati
1 cipolla
1 vasetto di yogurt bianco naturale

Sciacquare molto bene le lenticchie. Tritare grossolanamente la cipolla. In una pentola mettere le lenticchie, la cipolla, le spezie (le capsule di cardamomo tutte tranne una), i pelati.
Aggiungere 500 ml d’acqua e portare a bollore.
Cuocere per 25 minuti circa a fuoco lento e senza coperchio.
Trascorso questo tempo, quando le lenticchie cominciano ormai a disfarsi, rimuovere la stecca di cannella e le capsule di cardamomo.
Frullare il tutto insieme ai semi dell’altra capsula di cardamomo.
Rimettere sul fuoco, sempre basso, e aggiungere lo yogurt. Far cuocere ancora qualche minuto e servire.
Ottimo con dei chapati, e anche per la schiscetta del giorno dopo!
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