Post al pesto

Pistou. Pesto sauce. Pesto “alla” genovese. E altri orrori a seguire. 

Basta, il pesto è uno solo, e non è questione di campanilismo (no no, si chiama marketing territoriale. E il fatto che io sia genovese non c’entra). E come fare a stabilire qual è il miglior pesto in assoluto? Basta organizzare un Campionato Mondiale di Pesto, rigorosamente al mortaio. E’ questo l’appuntamento che da alcuni anni l’associazione Palatifini propone alla città di Genova ma soprattutto al resto del mondo, dove a quanto pare il pesto è la terza salsa più famosa.

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Il ritorno del foodie (parte seconda)

Riparto da ieri e proseguo a raccontare il secondo momento di gloria della mia ritrovata (più o meno) forma fisica. 

Lunedì scorso sono stata invitata a provare l’anteprima del nuovo menù del Bento Sushi Restaurant, ovvero la Bento Sushi Experience. Prima di parlarne devo fare almeno un paio di ammissioni. La prima è che non vado pazza per i locali di quella zona. Non sono propriamente il mio genere, ci passo davanti solamente quando vado al cinema e sono sempre stata piuttosto scettica anche a riguardo del Bento. (Fighetti, è questa la parola che sto cercando di evitare)

La seconda confessione è che Sushi Bar a Milano mi evoca alternativamente le tinte fosche di locali pseudogiap dalla qualità dubbia, frequentati da adolescenti che cercano di far colpo sulla morosetta o che si trascinano dietro sghignazzanti compagnie, oppure il peggior wannabe in salsa teriyaki e spocchia d’ordinanza in locali che di notevole hanno solo il prezzo.

Per fortuna sono una persona che riesce anche a mettere in discussione le sue più granitiche certezze. E devo dire che il Bento me ne ha dato occasione. Il menù di degustazione delle sei new entry si è rivelato davvero interessante: una rivisitazione contemporanea e fusion del classico sushi che tocca secondo me il clou con la bentosfera (una sfera di riso ricoperta di tonno scottato e decorata con un ciuffetto di creamcheese e uova di pesce). 

Di ottima qualità anche il resto del menù, generosamente offerto in degustazione, che rivela comunque sempre una ricerca attenta e mai banale, e un plauso anche ai cocktail originali proposti dalla barman del locale. A proposito di quest’ultimo, ho apprezzato molto il décor che non scade nel pacchiano o nel finto feng shui come spesso si vede in giro (due instagram per dare un’idea).

Ottima, anche questa volta, la compagnia: qualcuno ha detto che sembrava un Foodies in MI sotto mentite spoglie, e in effetti non mancava proprio nessuno: Jasmine, Gaia, Alice, Cecilia, Teresa e qualcun altro che sicuramente sto dimenticando e spero mi perdoni la sbadataggine.

Una bella serata, insomma, in un locale in cui non sarei mai entrata di mia sponte ma che si è rivelato una piacevole sorpresa. Mi piacerebbe che nel menù comparissero anche pesci meno famosi ma ugualmente ottimi: tonno e salmone sono due tra le speci marine maggiormente in pericolo, e sarebbe bello che nella sperimentazione e nella ricerca si provasse a tenere in conto anche dell’impatto ambientale e sociale delle materie prime. 

Vita da foodie, il ritorno (parte prima)

Sono tornata anche a una vita che non oserei definire mondana, ma che se non altro propone qualche bella serata e molti incontri interessanti in relazione al mio status auto conferito di foodie. Negli ultimi 10 giorni in particolare ho partecipato a due eventi, molto diversi tra loro, ma entrambi ad alto tasso di soddisfazione gastronomica.

Il primo è stato La cena della rete, evento finale del ciclo dedicato al cibo di Vodafone Open Lab in Triennale (date un’occhiata al programma… ci sono tonnellate di incontri da non perdere che spaziano dallo sport all’arte)

La settimana prima avevo partecipato a un incontro dedicato al pesce di lago con Cesare Battisti, chef del Ratanà, moderato da Barbara Torresan (alias Chez Babs, bravissima blogger e amica) che mi aveva lasciato a dir poco con l’acquolina in bocca e una curiosità smisurata per le anticipazioni sulla cena. E devo dire che anche per ciò che riguarda le proposte degli altri chef le mie aspettative non sono andate deluse. Pur nei limiti del proprio gusto (per dire, il fegato di rana pescatrice può suscitare qualche perplessità) ho trovato tutti i piatti degni di nota, con una personale preferenza per la Zuppa Etrusca di Aimo e Nadia, che ho letteralmente adorato! E guest star della serata il pane di Eugenio Pol.

Suggestiva sicuramente la cornice (il salone d’onore della Triennale), ottima la compagnia delle foodblogger, un po’ lenta la serata (non ho più il fisico?), un po’ troppo soffuse le luci e giudizio sospeso sugli intermezzi musicali futuristi: ma in generale una bella occasione per conoscere i prodotti, chi li produce e chi ne fa oggetto di una ricerca continua e instancabile. 

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